Primi passi in città

Buenos Aires era calda e movimentata, come una vecchia signora in preda ai preparativi di una grande cena sfarzosa. Si mostrava convinta e forte di quello che era, nella sua immensa grandezza. Via vai di solitudini, folle impazzite di viandanti, associazioni di clacson, odori misti e indistinguibili, colori accesi e ragazze alla moda, uomini incravattati e campane impazzite di chiese chiuse. Un mezzogiorno più caotico che mai, in una terra lontana ma familiare. Max e Giulia erano atterrati da qualche ora e stavano riposando in un piccolo parco nel centro città, accaldati dalla lunga passeggiata che avevano fatto per trovare un hotel consono alle loro esigenze.
Max era alle prese con le chiamate insistenti di Sonia, nei confronti della quale non riusciva a sentirsi in colpa. L’aveva abbandonata in quella stanza senza darle spiegazioni e non sentiva la necessità di farlo ora.
Giulia scarabocchiava le pagine ingiallite di un quotidiano, presa da una frenetica nostalgia di tutto quello che era la sua vita fino a qualche tempo prima.
Ognuno perso dentro ai suoi pensieri, a giocare con i propri istinti e le proprie consapevolezze. Erano lì, insieme, a tentare di scoprire una verità che assomigliava alla paura, ma erano forti della presenza dell’altro, consapevoli che non sarebbero stati mai soli.

-Ho paura, sì, ho paura di chi sono, e non c’è paura più grande. Sapere che quella che sono stata fino ad ora è una perfetta sconosciuta. Mi guardo gli occhi, i capelli, le gambe e mi chiedo se sono uguali a quelli di mia madre e mia madre mi sembra la persona più estranea del mondo e mi sento devastata dall’idea che non riuscirò a perdonare i miei genitori per avermi nascosto una cosa così importante.
-Magari non è così. Magari è un errore. Magari non c’entri tu con questa storia.
-Max, c’è scritto il mio nome su quei fogli, la data di nascita, le firme dei miei genitori..
-Perché non ne hai mai parlato con loro? Perché non gli hai rivelato di aver trovato quei documenti?
-Non mi avrebbero detto la verità. Non voglio parlare con loro di questa cosa.
-Ma si tratta della tua vita Giulia, chi meglio di loro può dirti cosa è successo!
-Io non voglio sapere cosa è successo, io voglio sapere perché è successo.
Giulia chiuse il discorso con queste parole, fredde quanto forti, amare quanto dure. Poi riprese:
-C’è qualcuno che mi sta cercando, qui. Magari è il mio vero padre o la mia vera madre, magari è qualcuno che conosce la storia. È qualcuno che mi ha trovata, che mi ha chiamata e mi ha detto di venire subito qui. Non è un film, Max, non è un film!
-Sì, ma ora calmati, non ti fa bene agitarti troppo. Incontreremo questa persona e faremo in modo di scoprire più cose possibili.
-Ho come l’impressione che siano quei due uomini.. Quelli che persi di vista al mercato, l’ultima volta che sono venuta.
-Chi erano quei due?
-Avevo seguito degli indizi ed ero arrivata a quei due uomini, non so nulla di loro, per questo li pedinavo!
-Indagheremo anche sul loro conto, stai tranquilla.
Max appoggiò le mani su quelle di Giulia, le strinse forte.
-Non sappiamo chi tu sia in realtà, ma so con certezza che..
-..Che?
-Sei bellissima.
Abbassarono entrambi lo sguardo, allo stesso modo, con la stessa intensità di movimento. Riuscì ad apparire un sorriso sul volto umido di lei.

Qualche metro più in là, qualcuno passeggiava tranquillo nel parco, mangiando un gelato. Aveva un berretto scuro ed una giacca a vento marrone. Nella mano destra aveva un sigaro. Era alto e sospettoso, gli occhiali scuri coprivano ogni possibilità di sguardo. Nessuno fece caso alla sua presenza.

Una suoneria prolungata e forte interruppe quel momento dolce e fragile fra Max e Giulia. Un numero anonimo. Giulia rispose.

A mano a mano

Ventisette anni prima

Non c’è niente di più leale che restare fedeli al vero, alle cose accadute, agli amori che travolgono, alle esperienze che formano e che cambiano. Non c’era niente di più leale delle parole di Beatriz, avvolte nella timidezza giovane e candida, come giovane e candido erano il suo viso e i suoi propositi. Si era spinta oltre, raccontando la sua storia a Giacomo, fidandosi di quell’attore europeo incontrato per caso in una qualsiasi milonga argentina. E non c’era niente di più leale che incontrarsi, riconoscersi fra tanti, e cadere senza farsi male nelle reti comode dell’amore. Era successo a chissà quanta gente prima di loro. E stava accadendo proprio ora, proprio a loro.

Giacomo camminava tenendo attorcigliato al suo braccio il braccio di Beatriz. I nuovi fatti lo avevano scosso, come quando non si riesce ad immaginare troppe cose concentrate in una sola persona. Ma non aveva avuto nessun dubbio e nessuna esitazione: avrebbe affrontato qualsiasi problema al fianco di Beatriz, proteggendola se necessario, aiutandola all’occorrenza.
Giacomo si girò di scatto, come ad improvvisare il primo sguardo che si sarebbe posato su di lei. Gli occhi gli permisero di vedere un foulard verde che le cadeva grazioso sulle spalle, la chioma incessante di capelli avvolta in una coda lenta e disordinata, labbra combacianti l’una sull’altra, a formare una figura geometrica morbida. Tutto quello che gli veniva da pensare era che non c’era niente che gli veniva in mente, qualsiasi cosa sarebbe stata inutile, fuori tema, fuori tempo. Il loro calore e il loro esserci bastava a rendere quell’unità quasi mistica e miracolosa.
Lei si fermò, ricambiando con uno sguardo lungo e potente. Poi gli tolse il chemise di paglia e gli chiese qualcosa, sottovoce. Lui la strinse e per qualche minuto si chiusero in un coraggioso abbraccio.

-Siamo arrivati, Giacomo.
-Jardin ed Escuela primaria.. Perché siamo qui, Bea?
-Sono molto affezionata a questa scuola.
-Ah, posso immaginare, anche io torno spesso nel palazzo dove stava la mia prima scuola.
-Non è la mia scuola.

Beatriz fece un lungo sospiro, nel vano tentativo di trovare fra milioni di parole, le parole giuste. Poi scelse di essere frettolosa, fra tutti i tentativi possibili.

-Questa è la scuola di mia figlia. L’ho vista qui l’ultima volta. Era una mattina calda e sotto al primo sole le diedi il mio ultimo bacio.
-Tua.. Figlia?
-Sì, mia figlia. È per questo che mi stanno cercando. La vogliono loro. Me la vogliono portare via.

Giacomo cercava di restare lucido, ma stava capendo ben poco. Aveva una miriade di domande da farle, ma ne scelse una, quella che lo tormentava di più.
-Dov’è ora tua figlia?
-Ho dovuto proteggerla, Giacomo. Non è qui. Non vive con me. L’ho allontanata. Sta al sicuro, e prima o poi l’abbraccerò.

Dal cielo

Tutto quello che attraversa la mente in certi momenti è un affollato e sbiadito senso di dispersione che non guarda a destra e a sinistra prima di attraversare la strada. E pensieri confusi, convulsi, sociopatici, a gareggiare fra le meningi disperate.
Giulia guardava il cielo dal cielo, con gli occhi rassegnati di chi non ha un altro spettacolo da ammirare. Ma quelle nuvole le bastavano. E giù ricordi, schietti e precisi, di aquiloni dispersi nell’aria, di passeggiate lungo la riva e di bagni caldi al mare, frutti delle estati felici con la sua famiglia e di risate infantili e antiche, di cui ancora ne sentiva il rumore senza bisogno di troppa concentrazione.
L’aereo continuava il suo volo senza affanno, tanto da sembrare fermo e indeciso e lei guardava spesso l’orologio. Le ore non passano mai quando le guardi passare.

Delle dita calde e morbide improvvisano piccoli disegni sul palmo della sua mano, lenti e poi veloci e poi di nuovo lenti. Dita giocherellone. Dita amorevoli.
Giulia gira gli occhi verso il corridoio ed incontra il suo sguardo. Max era con lei, al suo fianco, a coprire le sue paure, a difenderla dagli attacchi di una verità delinquente.
Non era stato facile decidere di lasciare Roma senza nessun tipo di preavviso, ma pensava che le follie fossero state create per questo tipo di occasioni, per quando non hai niente di certo in mano ma c’è la probabilità che potrà accadere di tutto e il tutto è talmente vasto da far venire i brividi anche ai più forti.
Non stava pensando a niente, Max, in quel momento, o forse stava pensando a troppo. Non si sentiva in colpa nei confronti di Sonia. D’altronde, il suo carattere non conosceva e non prevedeva sensi di colpa.
Era lì, che stringeva la mano della donna che gli aveva regalato felicità, ed era consapevole che lei aveva scelto lui, proprio lui, per affrontare la realtà. Ci sono incidenti bellissimi, pensava, di quelli dove andare a sbattere è un gusto piacevole.

“Chissà se l’Argentina sta per accogliere i nostri sguardi interrogativi e le nostre domande senza risposta. Se ci darà volti o creerà altre ombre. Se avrà senso cercarne uno o se rimarrà tutto invariato.”
Giulia stringeva la mano di Max mentre gli sussurrava i suoi dubbi.
Lui le respirava addosso mentre la coccolava con lo sguardo, era protettivo e timido nei confronti della sua bellezza.
“Non abbiamo nulla in mano, solo una telefonata misteriosa e qualche indizio. Per fare una prova ci vogliono molti più indizi. Sappiamo poco, ma possiamo scoprire molto di più. Insieme. Sono con te, Giulia, non ti lascio sola. Devi saperlo.”

Quello che ebbe vita, nell’attimo immediatamente dopo questo scambio fugace di pensieri, fu un morbido e tenero bacio, labbra su labbra, umori su umori, sapori su sapori. Un istante arredato di magia, o qualcosa di simile, e vuoto di compromessi. Quello che viene ha sempre il diritto di lasciarsi andare, soprattutto quando ancora non lo conosci.

La verità è una scelta

Ventisette anni prima.

Erano passate diverse notti d’amore fra Giacomo e Beatriz, stretti l’uno con l’altra per non far scappare via nemmeno un respiro. Avevano vissuto dei risvegli miracolosi, ad occhi serrati di fronte alla luce fioca che pian piano prendeva il sopravvento sulla città e sulla stanza color glicine. Di mattina avevano preso l’abitudine di preparare un maestoso banchetto e ridevano impazziti all’idea di preparare insieme il caffè, il tè, sfornare biscotti, apparecchiare il piccolo tavolo di legno chiaro. I mobili semplici della piccola casa erano ospitali con i loro desideri ed erano felici di essere accomodanti con le voglie di due ragazzi distratti da qualcosa di molto vicino all’amore.
Durante il giorno Giacomo era impegnato con le prove del suo spettacolo, che stava riscuotendo un successo particolarmente intenso fra gli argentini. Beatriz si occupava di quadri, di mostre, di organizzazione di eventi con i più noti pittori contemporanei. Era brava a scovare talenti. Se ne andava spesso per le vie più nascoste della città a guardare e scoprire artisti di strada. Voleva dare loro un’occasione, una possibilità, un modo per sentirsi ancor più soddisfatti di aver scelto come mestiere quello di sporcarsi di colore.

Quel giorno Beatriz era agitata. Camminava con i passi pesanti di chi sostiene un peso dentro. Aveva gli occhi di chi desidera liberarsene. E i capelli scomposti, arrabbiati, pronti a tutto. C’era qualcosa che la tormentava, qualcosa che la teneva legata al suo passato recente, qualcosa che avrebbe voluto dire a Giacomo. Non voleva avere segreti con lui, anzi, voleva il suo appoggio e la sua forza.
Quel giorno era un giorno buono per dirgli tutto. Questo pensò Beatriz.

Testa abbassata, come quando si prova vergogna. Ma il suo era imbarazzo misto a timidezza. Era bellissima: la pelle olivastra la rendeva sensuale senza bisogno di gesti. Schiuse leggermente le labbra e alzò lentamente lo sguardo.
-Giacomo, sto per raccontarti una storia che forse non ti piacerà, che non piace neanche a me, ma è la mia storia e dobbiamo accettarla.
Sono stata sposata e, prima ancora, innamorata di un uomo più grande di me e molto potente. Ero un’adolescente avvenente, menefreghista dell’amore, uscivo e mi divertivo con le mie amiche, poi ho incontrato lui e mi ha stravolto la vita. Un uomo maturo, affascinante, colto, fiero del suo essere. Mi ha corteggiata, mi ha scelta fra tante e ha chiesto a mio padre il permesso di prendermi in moglie. Solo dopo qualche anno ho saputo la verità sulla sua vera vita, sulla sua vera identità, ma era troppo tardi per tutto, tranne che per scappare via da quella che era la nostra casa e il nostro rifugio d’amore. Era un ufficiale tedesco delle SS, riuscito a scappare dopo la guerra grazie all’Operazione Odessa. Come lui, tanti suoi amici riuscirono a salvarsi e a prendere un altro nome, qui in Sudamerica. L’ho scoperto per caso, una sera d’estate, quando tornò a casa con un regalo per me, quella Roadstar che ogni tanto guido per non far morire il motore. L’ho lasciato, dopo un lungo e acceso litigio che vorrei dimenticare, così come vorrei dimenticare di avere questi segni addosso…
Beatriz alzò timidamente la maglietta e mostrò a Giacomo le prove di quel racconto spietato.
Poi si mise seduta.
Lui la fissava, aveva qualche brivido sulla pelle. Non era arrabbiato, nè deluso. Solo triste per la sua impotenza, in quel preciso istante, di fronte alla realtà.
-Ti proteggerò e ti difenderò, Beatriz.
Gli uscirono queste parole, tremolanti come le sue labbra.
-Mi stanno cercando, Giacomo. Ancora non ti ho detto tutto.

Giacomo prese una sedia. Era smarrito. Ma la stava ascoltando.
Beatriz aveva paura. Ma si fidava delle sue promesse.

Impulsi

In preda ad una miscela di sensazioni nuove e poco educate, Giulia dava il gas al suo vecchio motorino mentre qualche canzone americana gli scoppiava di musica nelle orecchie. Zigzagava in un Lungotevere affollato e colorato e l’unica cosa a cui pensava era: Sonia.
“Più ci si abitua alle cose e più perdono di valore, perché non vengono rinnovate. Adeguarsi al bene degli altri è sbagliato. Credere che non cambi è sbagliato. Ed è sbagliato anche questo mio pensare, assalita da chissà quale gelosia, come se esistesse davvero la gelosia. Mi fa male. Deve fare male così forte? Non può fare più piano?”
Era riuscita ad avere qualche momento di lucidità, fra i semafori rossi e le strisce pedonali, quella ragazza che stava riscoprendo sentimenti sopiti, nascosti appositamente, o nuovi, sempre diversi.
Stava vivendo giorni di frastuono. Giorni di scoperte. Di cambiamenti radicali. A pensarci bene, i giorni sopportano tutto quello che accade alla gente e la gente non si chiede mai se i giorni sono stanchi. Giulia se lo stava chiedendo, nell’uragano che le aveva fatto scoprire verità nascoste da sabbie troppo mobili per non essere mutevoli. Ma lei era forte, più di quanto pensasse, e consapevole che la vita sbaraglia senza preavviso solo per il gusto di fare strike.

Due lunghi suoni striduli di citofono in attesa di qualcuno che rispondesse. Niente. Giulia ci riprova un’altra volta. Il suono diventa frettoloso come lei, nell’ansia di segnalare qualcuno alla porta. Niente. Qualche passo più in là, guarda curiosa le finestre chiuse e le serrande abbassate dell’appartamento al primo piano. Casa di Sonia. Lei non c’è. Neanche la sua macchina parcheggiata. “Bastarda” pensa Giulia. Poi infila il casco e se ne va.

Due ore dopo.
Stanza semibuia e calda, tende calme, profumo di incenso indiano, rumore di lenzuola che si spostano e si agitano, due corpi perfettamente combacianti si scambiano gli umori. Sospiri di piacere e musica leggera, in sottofondo, cornice ideale di respiri e parole sottovoce. Mani di lei intrecciate a quelle di lui. Capelli fuoriposto. Gambe abbracciate per tenersi stretti. Lui le passa le dita sugli occhi, poi scivola sul naso e nella bocca, per poi cadere lungo il collo, fino ai seni. Afferra i fianchi. Poi massaggia la sua spina dorsale piena di brividi. Gioca con ciocche ribelli di capelli morbidi e profumati. Coccole strane ed idee nuove, scambi di energia, scambi di ruoli, scambi di sensazioni.
Max prende Sonia per farla sua e le presta l’odore per ricordarle quanto la vuole. Sonia lo guarda, mentre disegna gesti sui muscoli tirati di lui e gode di quegli istanti.

Una vibrazione forte distrae quel desiderio incastonato fra i due corpi tremolanti e pieni di piacere.
Il telefono di Max.
Un sms.
Lui si gira di scatto e cerca il telefono mentre lei gli supplica di non farlo.
Lui continua.
Lo prende.
Legge.
“Ho ricevuto una lettera dall’Argentina. Devo partire subito. Vieni con me? Giulia.”
Max chiude gli occhi.
Li riapre subito e realizza.
Guarda Sonia e nel buio riconosce la sua bellezza.
Poi si riveste e le dice qualcosa sottovoce. “Devo scappare”.

Sporchi di calore

Ventisette anni prima.
-Nei tuoi occhi vedo il mappamondo!
Giacomo era riuscito a sbiascicare queste parole, fra la fretta di abbracciarla e la voglia di sfilarle quel vestitino colorato. Gli occhi di lei, un misto di verde-azzurro-marrone, lo guardavano sorridenti e sorpresi. La sua bocca era un quadro esposto alla meraviglia e lei lo sapeva. La esaltava con un rossetto rosa con sfumature leggere di rosso. Beatriz era invidiabile, in tutta la sua eleganza e in tutto il suo portamento.

Intorno a loro: rintocchi di campane, voci e urla, motori di macchine, venditori ambulanti, tazzine sbattute in lontananza, musica sudamericana da una finestra, due signori in giacca e cravatta frettolosi per andare chissà dove, profumo di choripan, le porte delle case in legno e ferro battuto spettatrici di quello spettacolo, odori dalle panetterie, voci stridule provenienti da qualche famiglia, il pianto di un bimbo, autobus in transito.
Giacomo e Beatriz stavano fermi, in mezzo a questo quadro distratto e frettoloso, a fare da protagonisti indiscussi di una passione sfrenata e senza tempo. Si annotavano ogni particolare, ogni attimo, ogni odore, ogni impressione. Erano lì per studiarsi e per capire da cosa derivasse quella magia, se mai fosse stato importante saperlo. Stavano scoprendo la sintonia e si stavano adattando a quella magia che solo certi corpi e certe menti hanno la fortuna di provare insieme.

-Perché siamo qui? Giacomo interrompe l’incantesimo.
-Non sai niente di me. Voglio che tu sappia tutto. È la mia scelta.
-Raccontami la tua vita.
-Vieni a vederla.
Beatriz lo prende per mano e lo conduce ad un portone verde scuro, a qualche passo dalla macchina.
-Questa è la mia nuova casa. I miei genitori abitano in un altro quartiere di Buenos Aires. Ho deciso di venire qui e di vivere da sola. Ho avuto delle discussioni con loro, non hanno accettato alcune mie scelte.
-Quali scelte?
-Te ne parlerò, ma non ora.
Giacomo la fissa. È emozionato. È curioso. Come quando l’eccitazione della scoperta corre più veloce della tua mente e accetti la sua velocità.
-Ti mancherà la tua famiglia?
-Mi mancheranno le mie tre sorelle, più piccole di me, e i miei due fratelli, più grandi. E mi mancherà non avere il pranzo pronto ogni giorno.
Beatriz ride. Ha la voce tenera, velata da sensazioni miste. Ma molto sicura, nella sua genuinità.
-Voglio fare una cosa con te, oggi.
-E cosa?
Giacomo, in preda a mille domande, sorride come un bambino curioso che scopre le bellezze del mondo.
-Un disegno. Un disegno particolare.

Beatriz lo guarda e gli racconta quanto ami l’arte, la pittura, i colori, le poesie. Poi gli prende le mani e gliele stringe. Gli spiega la sua passione per lo stile tipico Fileteado, per quei disegni artistici dalle linee stilizzate e fiori e piante rampicanti.
Ecco perché aveva portato quegli attrezzi, quelle spazzole, che erano l’occorrente per disegnare. Avrebbe voluto creare delle Filetes sopra la sua porta verde, per darle un tono grazie agli ornamenti colorati ed alle simmetrie. Poi, avrebbe voluto completare l’opera con una frase poetica, inventata da loro.

Giacomo e Beatriz si misero all’opera, sotto al sole giallo del pomeriggio. Ogni tanto sorseggiavano una bevanda fresca e si scambiavano sorrisi e battute. I racconti di lei, intervallati da quelli di lui, mentre si sporcavano di colore e di illusioni, di pensieri strani e di meraviglia.
Insieme decisero la frase, senza troppi intoppi, senza litigio alcuno. In accordo spontaneo. Durante un bacio dolce e morbido, incastrato alla perfezione in quei momenti di calore.

Lei lo guarda, soddisfatta e serena, poi schiude le labbra.
-Eterno en el Alma y en el Tiempo.
E sorride. Lui ricambia un sorriso complice. La spinge verso il suo corpo e la stringe.

Una sensazione calda invade l’atmosfera.

Confidenze inaspettate

Piazza Risorgimento aveva a che fare con un traffico disumano e si muoveva veloce fra la fretta dei passanti e lo scorrere di un pomeriggio piuttosto caldo.
Giulia aveva telefonato a Max per sapere come stava e per dargli appuntamento in un bar discreto che si affacciava all’angolo tra due vie piccole e graziose. Aveva riflettuto molto nei giorni precedenti, cercando di riordinare i tasselli scomposti. Ora sentiva la necessità di parlare con qualcuno che la conosceva bene, che l’avrebbe aiutata ad affrontare qualsiasi verità, qualsiasi scossa violenta che le avrebbe potuto cambiare la vita.
Sonia e Max erano le uniche persone con le quali si sentiva al sicuro. Con la prima aveva un rapporto di fratellanza, condito da un bene spasmodico. Con il secondo aveva avuto una bellissima storia d’amore ed un legame indissolubile, di quelli che fanno fatica a scheggiarsi, proprio perché li hai protetti bene.
Per quell’occasione Giulia aveva scelto di confidarsi con Max, forte del fatto che il suo mestiere, l’avvocato, l’avrebbe agevolata nelle ricerche. Tutto quello che sapeva fare in quel momento era sperare, e non aveva mai sperato così tanto in vita sua.

Passo felpato ma elegante, occhiali scuri, capelli disordinati dal vento contro il viso, una mano occupata da una borsa da lavoro in pelle di cui si poteva immaginare l’odore, l’altra mano impegnata a sistemare qualcosa nel taschino della giacca. Max. Stava arrivando. Puntuale come al solito. In tutta la sua evidente ed invadente bellezza.
«Giulia!»
«Max, eccoti, andata bene l’udienza?»
«Rinviata. Queste assicurazioni ci stanno dando filo da torcere ma, lo sai, sono duro a perdere.»
Lei lo guarda sedersi, sistemarsi e parlare delle sue cose, distraendosi un po’. Colpa delle labbra. O della voce. O..
«Ehy, Giulia, mi stai ascoltando?»
«Ehm, sì Max, certo! Sono felice di sentire convinzione nelle tue parole. È molto importante.»
«Lo sai, è una cosa che mi appartiene. Piuttosto, prosecco e tramezzini?»
«Sì, ho molta fame, come al solito!»

E giù risate, battute di lui, risposte di lei, discorsi futili, la chiusura del cinema dietro Piazza Euclide, l’ultima americanata guardata in tv, i mobili sbagliati portati alla mamma di lui, storie liceali del fratello di lei. Poi sorrisi, sguardi, intese, carezze, viaggi mentali e robe simili.
«Max, ti devo parlare di una cosa molto importante.» Esordisce Giulia.
«Anche io.» Risponde Max.
«Dai, prima tu.»
«No, dai, l’hai detto prima tu.»
Il solito gioco che poi finisce in un imbarazzante silenzio, rotto dal cameriere che chiede cosa altro desiderano. Un altro prosecco per tutti e due, per far girare più veloce il sangue, come se già non girasse oltre i limiti di velocità.
«Qualche mese fa ho trovato dei documenti nella credenza dei miei genitori, li ho aperti distrattamente e ho visto che riguardavano un’adozione. C’erano le firme dei miei e i timbri dei Tribunali Minorili italiano e argentino. Documenti risalenti a ventisei anni fa, Max. Molto probabilmente riguardanti me. Ho scoperto diverse cose, sia qui a Roma che a Buenos Aires, ma ci sono dei pezzi che non riesco a ricongiungere. Sei il primo a cui confido questa cosa e ti chiedo di rispettare la mia volontà di mantenere la riservatezza. Mi aiuti a capire chi sono?»
Giulia scoppia in un pianto quasi isterico, disperato, disarmonico con i suoi sempre presenti sorrisi.
Max la guarda incredulo, poi la abbraccia, la stringe al suo petto e la convince a fidarsi di lui.
«Giulia, sono spiazzato, non ho molte parole. Ti aiuto io, stai tranquilla, qualsiasi cosa sarà di te la scopriremo e la affronteremo insieme.»
E le sorride.
Lei lo guarda con gli occhi lucidi e rossi, pende da quelle parole che le infondono sicurezza e sussurra qualcosa, forse un grazie, che l’abbraccio inghiotte.

Una suoneria fragorosa disturba quel momento tenero incastrato fra Giulia e Max. Il telefono di lui si agita sul tavolo per colpa di una vibrazione ubriaca. Lei si gira all’improvviso e senza volerlo legge sul display. Sonia. Si gira verso di lui che, tentando di recuperare il telefono, si accorge che è troppo tardi.
«So-ni-a?» Balbetta lei.
«Sonia.» Afferma lui.
«Era questa la cosa importante che dovevi dirmi?»
«Sì».
Giulia, presa d’assalto da una sensazione sconosciuta, si alza di scatto e corre via, lasciando Max seduto al tavolino con i prosecchi, i tramezzini e una suoneria impazzita che non ne vuole sapere di smetterla.
«Aspetta, Giulia!»
È tutto quello che riesce a dire al vento, perché lei ha già girato l’angolo.